lunedì 3 settembre 2018

lunedì 23 luglio 2018

Walter Noetico Il Sogno di Denis Diderot

     







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NOTA

Per onorare la memoria di Denis Diderot per il terzo centenario della sua nascita nel 2013.

Ho voluto presentare questo breve romanzo, come fosse il ritrovamento di una suo inedito manoscritto, accompagnato da una lettera, inviata alla sua amata Sophie Volland, dove Diderot, racconta il suo sogno.

La lettera è datata  Parigi 20 Settembre 1769, pochi giorni dopo che Diderot aveva scritto: “Il Sogno di d’Alembert”.

Con questa immaginaria scoperta letteraria, ho desiderato riportare in vita, la contemporaneità dell’eterna universalità del pensiero del grande filosofo. 
Walter Noetico.

Lettera di Denis Diderot a Sophie Volland

Parigi 20 settembre 1769

Mia buona amica, nella mia ultima lettera del 11 settembre, vi avevo scritto che avevo ultimato il Sogno di d’Alembert, e che quello che vi avrebbe stupito nonostante l’antireligiosità del sogno, non ci fosse stata nessuna parola sulla religione.

Ma quello che vi stupirà maggiormente mia amata Sophie, è che io ho fatto davvero un sogno, che questa volta parla soprattutto di religione, forse sarà perché la mia volontaria cavezza, che mi ha impedito di  parlare di religione nel sogno di d’Alembert, si è rotta, frantumandosi in centinaia di pezzi, prodotti da una forza che si era accumulata e imprigionata da troppo lungo tempo. 

Ho impiegato più di 7 giorni per trascrivere dettagliatamente questo sogno, che è ancora più pazzo e conseguentemente spero più saggio di quello inventato per d’Alembert. In questa visione onirica, io sono come proiettato nel tempo sia nel passato che nel futuro, e anche nello spazio, perché i luoghi dove io mi trovo sono sempre diversi.

Poi ci sono personaggi molto singolari e, quello che succede è ancora più eccezionale, come Gesù Cristo che ritorna sulla terra dopo 2013 anni, perciò nel futuro quando io avrò esattamente 300 anni.

Non capisco come mai il mio sogno sia andato nel futuro, spero che sia un sogno profetico e, che il 2013, segni l’inizio della fine dell’epoca Cristiana.

E’ molto strano che io sogni di Cristo, che come voi sapete, non né riconosco nemmeno la sua realtà, perché non esiste nessuna testimonianza dei diversi storici del suo tempo, sulla sua straordinaria e miracolosa esistenza, come asserisce anche il mio amico Voltaire.  Sicuramente ho sognato di Cristo, perché la dottrina di questo personaggio letterario, governa da secoli il nostro tempo e, le coscienze del genere umano.

Sembra veramente che in questo sogno ci sia uno stato di eternità, perché i suoi protagonisti sono sempre vivi anche dopo millenni e, ha inizio nel 313 a Milano con l’imperatore Costantino 1°, mentre pronuncia il suo editto che legalizza la religione Cristiana, e conseguentemente l’inizio del potere in tutto l’Impero Romano della Chiesa. Anche se in realtà è nel 380 con l'editto di Tessalonica, emanato da Teodosio e firmato dagli imperatori Graziano e Valentiniano II , che il Cristianesimo diventa religione ufficiale dell’Impero, proibendo severamente tutti i culti religiosi legati alle antiche divinità mitologiche.

Comunque senza l’appoggio di Costantino 1°, che emanò leggi molto risolute in favore dei Cristiani, la Chiesa, non avrebbe avuto il potere che ha avuto in seguito, su tutto l’Impero Romano. Sicuramente il suo favore nei riguardi dei Cristiani, é stato originato dall’influenza di sua madre Elena, la quale fece anche costruire 2 chiese, e che il clero proclamò santa. E anche perché in seguito, il Dio Cristiano era l’unico che lo potesse perdonare, per aver fatto uccidere la moglie Fausta e il figlio Crispo.

Mi sembra anche molto singolare, che io sia nato esattamente1400 anni dopo l’editto di Costantino.

Voi sapete quanto la mia mente sia razionale e, come ha sempre rifiutato ogni disciplina come la numerologia, l’astrologia o altre panzane del genere, però deve ammettere che mi ha sempre sorpreso la geometria e una certa regola estetica della natura, come per esempio nei freddi inverni, i cristalli di ghiaccio che si formano sui vetri delle finestre, sempre cosi nuovi e diversi secondo l’umidità dell’aria e la temperatura, da far appassionare un geometra come d’Alembert.

Sembra che la natura abbia in se l’ordine di tutte le cose, e non fosse tutto così casuale.

Il personaggio chiave di questo sogno è una donna che si chiama Cristiana, ed è senza dubbio il  simbolo della cristianità. Io invece appaio nel sogno, quello che ho sempre sognato di essere: l’uomo della Liberazione, un antiredentore, anche se ho la stessa età e le stesse sembianze di Cristo, sarà perché riconosco in questo personaggio le mie stesse aspirazioni: quelle di migliorare l’essere umano. 

Ma sarà opportuno che voi leggiate tutto il sogno che vi ho scritto nelle pagine qui accanto, così vi farete una idea più chiara di quanto vi sto narrando.

Ho diviso il sogno in scene come se tutto si svolgesse in un teatro.

Sono molto ansioso di conoscere il vostro parere, quando avrete finito di leggerlo, anche se sono lieto di anticiparvi che questa onirica fantasia è passibile del rogo.  Per questo motivo vi chiedo la cortesia di conservare voi questa lettera e questo manoscritto in un luogo nascosto.  Qui da me, rischio sempre che la polizia possa fare una perquisizione.

Addio mia tenera amica, se questo mio sogno vi farà rizzare i capelli non accusatemi, in verità cosa esiste di meglio per me che intrattenermi con voi, e aprirvi tutto il mio cuore?  Addio, addio.


IL SOGNO   DI   DIDEROT


PERSONAGGI:

Cristina                      :     Simbolo della
                                             Cristianità e della
                                             Spiritualità
                                             dell’Uomo.

Il Maestro                  :        “Gesù Cristo”

L’Uomo della Liberazione:      “Denis Diderot”

Il Poverello                :    “San Francesco
                                              d’Assisi”

Cesare                        :         “Simbolo del potere”

Pietro                         :        “L’Apostolo fondatore
                                              della Chiesa”

Monsignor Pastore    :     “Simbolo della
                                              decadenza spirituale                                   


Scena No. 1
Epoca Romana.

313 d. C. Costantino I°, pronuncia il suo editto che legalizza la Religione Cristiana, nell’arena di Milano gremita di gente, ed esorta i sudditi ad abbracciare il Cristianesimo.

























Scena No. 2

Nella galleria di una lussuosa villa patrizia.

Cristiana una giovane e bella donna, è in piedi e sta ammirando con un’espressione compiaciuta i busti di marmo e i ritratti in mosaico alle pareti,dei suoi 33 antenati, da San Pietro al Papa San Silvestro 1°, disposti in ordine di successione. 

E’ una bella mattina di primavera, il sole entra dalle vetrate della galleria illuminandola.

Mentre la donna sta ammirando il recente busto in marmo di San Silvestro, si accorge che gli abiti che indossa cambiano aspetto di continuo, secondo le mode delle varie epoche storiche fino al 2013.  Anche nella galleria i mosaici e i busti in marmo dove sono ritratti i suoi antenati, si arricchiscono di altre 250 ritratti dei vari papi fino al 2013. 

Anche la galleria cambia aspetto e la villa romana si trasforma in una bianca villa palladiana, circondata da un parco a ridosso di una collina, sopra la quale c’è una enorme sfera di luce.

Scena No. 3

Cristiana esce sgomenta e impaurita dalla galleria, aprendo una porta che dà sul giardino e si dirige di corsa verso la luce della sfera sopra la vicina collina. 

Arrivata ai piedi della sfera, si siede per terra come esausta con il fiatone e il viso sconvolto.
Dopo qualche secondo, ancora per terra alza il suo sguardo verso la sfera e intravede in mezzo alla forte luce la figura di un giovane uomo di circa trent’anni, senza vestiti.Il quale è intento a lavorare sulla sfera.

-      Che stai facendo? – chiede lei ancora col fiato in gola.

-      Non vedi? – le risponde l’uomo senza guardarla, - Raschio via gli orpelli dalla
Liberazione.

-      E tu chi sei? e perché non hai abiti?

-      Io sono l’uomo della Liberazione, non ho bisogno di abiti.

-      Che strano, io mai l’ho veduta prima d’ora quella cosa in cui stai lavorando …
-      E ora la vedi?

-      Non mi riesce proprio, non distinguo nulla, c’è troppa luce, troppa nebbia, da dove viene?

-      E’ qui, c’è sempre stata!

-      Lavori per qualcuno?

-      No. – le risponde l’uomo guardandola,

-      Perché ci lavori allora?!

-      Perché è il mio compito farlo.

-      Ma poi a chi dirai della Liberazione?

-      A nessuno.

-      Cosi nessuno potrà vederla – gli mormora con rammarico.Quanto tempo impiegherai a finire il lavoro?

-      Tutto il tempo che mi rimane.

-      Però la Liberazione non è tua?

-      Infatti è di tutti gli uomini liberi.

-      Se tu ne rivelassi la scoperta diverresti molto famoso.
-      Io non baratterò la Libertà con la popolarità. – dice l’uomo acceso – né la darò in pasto alle fauci della speculazione culturale.

-      Non credo allora che qualcuno ti pagherà per questo tuo lavoro …

-      Lo so. – le dice l’uomo con un sorriso.

-      E non te ne importa?  Perché lo fai allora?

-      Solo come testimonianza per quelli che la troveranno – risponde l’uomo.

-      E perché? – aggiunge Cristiana -Tu ami molto la Libertà?

-      Tutti amano molto la Libertà, però non tutti riescono a pagarle il tributo che esige.

-       Libertà – aggiunge – una parola che si presta fin troppo ad essere equivocata.

-      Che cosa dici! – dice lei con arroganza- Libertà vuol dire scegliere.

-      La sola Libertà possibile è nella coscienza della Verità – le risponde l’uomo.

-      Ma io sono Cristiana e sono nella Verità!

-      Io credo invece che solo la libertà di pensiero, porti alla Verità e, sono convinto che l’integrità morale derivi soltanto dalla ricerca individuale della Verità.  Solo così l’uomo raggiungerà la Libertà















Scena No. 4

Nella chiesetta della villa, suonano le campane. Alcuni fedeli si apprestano ad entrare in chiesa.

Cristiana, sta ancora seduta per terra vicino all’uomo e alla sfera di luce.Si alza e si riassetta il vestito.

-      Ora devo andare in Chiesa, - dice calma – perché non ti vesti e vieni anche tu?  Oggi è il giorno di Pasqua!

-      Io non sono credente – le risponde l’uomo.

-      Ti ritrovo qui? – soggiunge lei.

Mentre la donna dice quest’ultima frase, si accorge che due uomini si stanno avvicinando a lei.  Un uomo indossa una tunica sgualcita e sopra porta un mantello sfilacciato tenuto di sghimbescio sopra una spalla, la barba incolta e i suoi capelli neri sono scarmigliati.

L’altro uomo più piccolo di statura, cammina un passo in dietro, porta un saio e ha le mani asserragliate nelle maniche, il suo viso è magro, pallido e glabro, la sua espressione è quieta e rassegnata.

-      Hai visto?!  Sussurra lei all’uomo con la voce rattrappita nella gola. 

-      Sono arrivati il Maestro e il Poverello. – sfiata tremolante.

-      Gli ho visti lo so, - le dice l’uomo girandosi verso i due i quali si fissano senza alcuna sorpresa.

L’Uomo e il Maestro hanno il viso identico come fossero due gemelli; la sola differenza sta nella barba del Maestro.

-      Finalmente siamo arrivati! – sospira grave il Maestro.

I due uomini si siedono per terra ai piedi della sfera di luce. 

-      Sono due mila anni che aspetto questo momento. – dice il Maestro con un lieve sorriso sulle labbra, rivolto all’uomo della Liberazione. 

-      In che anno siamo adesso?

-      Siamo nel 2013 dopo il tuo evento naturalmente.  – Le risponde l’uomo.


-      Sai – continuò il Maestro sempre rivolto all’uomo – lì dalle mie parti due mila anni fa, aspettavano tutti non so da quanti secoli il Messia.  Anche il popolino lo diceva, diceva che certi antichi profeti l’avevano annunciato, così pensai … - dice con fare assorto e circospetto – perché non posso farlo io il Messia? .. Beh, mi venne addosso una di quelle febbri spasmodiche che non ti dico!  Meditai e meditai a lungo sulla situazione e cominciai gradatamente a calarmi nella parte, fino in fondo!  Era così eccitante!  Bada bene non era mica uno scherzo assumere il ruolo del salvatore, lì c’era da rischiare la vita!  Certo era, che ero pieno di entusiasmo e per forza di cose finii col crederci io stesso ciecamente!  Ciecamente – ripete il Maestro con enfasi. – Io credetti nella mia missione; e poi lo sai com’è, da giovani si è un po’ pazzi, e delle volte si vuole strafare.Comunque io sognavo qualcosa di veramente grande che mi togliesse dalla mediocrità …  Già poi non ci fu più scampo.  – mormorò scorato – E’ che si tenta sempre, sai anche le frustrazioni a volte … io non l’ho mai avuto il padre … però ero sincero!  E adesso?

-      Con la coercizione dello spirito umano hai fornito dei presupposti grandiosi al potere – gli dice l’uomo con un leggero rimprovero, sempre continuando il suo lavoro – non era questo che volevi?  L’hai detto tu che chi non crede in te non avrà vita eterna, perciò bene o male si sono adeguati. 
-      Tu no però! – risponde svelto il Maestro ed è strano mentre lo dice, non è chiaro se prova gioia o stizza.

L’uomo allora sorride un po’ per suo conto.

-      E poi son tutte quante menzogne! – Continua il Maestro con asprezza – tu lo sai meglio di me che sono tutte balle – replica meno duro – ne hanno inventate tante dopo la mia morte, mi gonfiarono come un pallone dopo!  Prima ti ammazzano e dopo ti fanno risuscitare.  Succede sempre così, sempre così succede che in principio non ti capiscono e tanto meno ti accettano, e di sicuro non cercano di discutere le tue idee, e tanto meno apprezzano quello che potrebbe essere utile al comune progredire!  Quel che temono è la sollevazione di popolo, vedono fantasmi di rivoluzione dappertutto, perciò ti ammazzano e creano il feticcio del martire!!!  Dopodiché ti schiaffano in pasto alle nuove generazioni col buono e col cattivo, tanto nessuno oserà più contestarti: ormai sei Dio!...  Infine condiscono il tutto con varie salse tipo miracoli ..  Ed ecco pronto il super lecca-lecca per il popolo.  Cristiana fissa il Maestro allibita e come inebetita, subito dopo sviene. 



















Scena No. 5

Nella Villa Palladiana


E’ sera, la villa e il parco sono illuminati.  All’interno nella villa è in corso una festa mascherata, i numerosi ospiti indossano i costumi delle varie epoche della storia dell’uomo.  Da duemila anni fa fino a oggi.

Cristiana, indossa abiti romani e sta ballando con un uomo vestito da Cesare il quale ha le stesse sembianze di Costantino 1°.  I due sono visibilmente innamorati.

Il salone da ballo e tutta la casa sono arredati nello stile di Luigi XVI, così anche gli abiti dei musicisti dell’orchestra.

-      Mi ami amore? – dice lei come rapita. 

-      Potrei non farlo? – risponde l’uomo vestito da Cesare – Tu sei talmente bella e desiderabile – dice passandole le dita sulla bocca, e lentamente sul collo.  – Ti amerò sempre, e tu?

-      Sai che cesserà prima la vita.  – Gli mormora emozionata. – Tu cosa pensi sarà bella la nostra vita?

-      Meravigliosa amore, sarà meravigliosa – dice l’uomo vestito da Cesare, baciandole il collo.

-      E’ meraviglio stare sempre insieme?  E’ cosi dolce dormire insieme, svegliarci e trovarci accanto tutte le mattine, ogni momento della notte, ogni giorno tutti i mille istanti …

Il minuetto che stavano ballando finisce. 

Un gran ricevimento – dice lui – davvero una bellissima serata.  – E prendendola per mano, - vieni andiamo al buffet, tu non hai fame?

I due si avvicinano sorridenti e felici al buffet.

-      Lo sai – dice lei fattasi improvvisamente seria.  – che ci sono due categorie di uomini?  Quelli liberi e quelli non.

-      A noi cosa importa! – fece lui non curante, prendendo una tartina dal vassoio – qui pane ne abbiamo in abbondanza, guarda che splendido buffet è veramente splendido.

Lei si guarda intorno sentendosi a disagio per la risposta evasiva di lui.  Ed è cosi che coglie il morbo in fallo, una strana e mostruosa figura con due gobbe una sul petto e l’altra sulla schiena e con la faccia piena di bubboni, saltella nel salone in mezzo agli ospiti ignari di tutto. E mano a mano che si diffonde, le facce e le mani degli ospiti diventano bianche a macchie blu con bubboni rossi.

-      Bisogna uscire all’aria – urla terrorizzata!!!
-      Vuoi della mousse al salmone?  - dice lui sorridendo, pieno di bubboni.












Scena No. 6

 

Roma Basilica di San Pietro


Siamo sempre in primavera, il cielo minaccia un insolito temporale.

Cristiana è seduta sul gradino dell’altare al centro del ciborio del Bernini.  La Basilica è deserta, vicino a lei siede l’Apostolo Pietro in abiti di duemila anni fa.

-      Vedi Cristiana – dice Pietro con tono paternalistico, - io non ho cercato dei motivi per non credere più in Dio, non è solo per il fatto che la Chiesa mi ha deluso.Sarebbe stata una conseguenza fin troppo semplicistica, una sorta di rivendicazione psicologica capisci?  Come succede a quelli che in qualche modo si sentono talmente provati e maltrattati da Dio, da essere indotti a negarne l’esistenza. A vendicarsi insomma.  E’ che mi sono scoppiati dei piccoli focolai nella mente. Quest’idea mi ha torturato e ossessionato a lungo e un giorno mi dissi: come posso io parlare agli altri di Dio con tale assoluta certezza, quando la mia sta vacillando? 

Ecco perché ho abbandonato la Chiesa, non ero più a mio agio … mi sembrava anzi di sostenere un ruolo arbitrario. Io nella mia condizione di Vicario di Dio mi sentii in colpa, mi parve che quella condizione si svolgesse e prosperasse unicamente su di un fatto di coscienza com’è la religione, appunto!  Mi sono reso conto che è un caso di coscienza collettivo, Dio stesso è un caso di coscienza, e sai una cosa?  Posso dire con questo, di aver dato un nome a tutte le mie motivazioni.

Cristiana con l’espressione del viso sorpresa e addolorata, fissa Pietro con gli occhi spalancati.  Il cielo si è oscurato.

-      Vedi, - continua Pietro, - mi sono chiesto spesso perchè noi uomini dovessimo accettare categoricamente, ogni sorta di limiti e di inibizioni proprio sopra i temi fondamentali dell’esistenza.  Io penso che in questo caso Dio stesso cadrebbe in contraddizione: avrebbe creato l’animale-uomo con un cervello così evoluto e singolare, per poi impedirgli di usarlo per le sue conquiste di conoscenza?

-      Pietro!  Ci sarà una soluzione? – dice lei.

-      Mah – risponde Pietro – riemergendo da un lungo silenzio, - credo che sarà molto difficile e doloroso, come uno scorticamento.  In un certo senso è molto più confortante soggiacere a l’idea di Dio, come in preda a una febbre sottile con la quale si convive senza problema alcuno.
-      Ma tu sei Pietro! – esclama la donna con un cenno di ribellione, - ti ricordi cosa ti disse il Maestro: “e su questa pietra fonderò la mia Chiesa.”

-      Certo io sono Pietro, ma sono passati duemila anni da allora, e la Chiesa che ho fondato non è più la Chiesa di Cristo,da altre 1600 anni,da quando la Chiesa è diventata religione ufficiale di tutto l’Impero Romano, e soprattutto,dopo il decreti di Teodosio nel 391,dove la Chiesa si è imposta con la più brutale violenza sui popoli, con orrende pene di morte e confisca dei beni, a chi riconosceva altre divinità.

Il Maestro disse anche che bisognava lasciare a Cesare le cose di Cesare, invece questo non è accaduto per la Chiesa, perché quando ha avuto il potere si è comportata come si sarebbe comportato Cesare, nell’eliminare tutti quelli che si opponevano alla sua legge.

A parte questo – continua Pietro – il mio modo di pensare e differente da quello di allora, ora credo che l’origine di ogni forma vivente non dipenda più dalla volontà di un Dio, ma da un fatto evolutivo ed eterno dell’universo.

Ad un tratto escono da un lato della basilica le figure trasparenti dei circa 250 Papi della storia della Chiesa  che indossano i paramenti delle varie epoche storiche.  Ognuno cantando un inno liturgico, occupa il suo posto intorno al ciborio, dopo un po’ il ciborio è tutto accerchiato dai pontefici.  Il primo cerchio di pontefici intorno alle colonne a tortiglione è sospeso da terra qualche centimetro, l’ultimo di alcuni metri, i cerchi sono in una scala digradante, come un’ anfiteatro romano.

Mentre i pontefici continuano a cantare, Pietro si alza andando al centro dell’altare, si gira e rivolto verso Cristiana seduta, e verso i Pontefici, dice con un certo fervore:

-        Vedete io non voglio eliminare il concetto di Dio a tutti i costi! … Ma voglio essere obiettivo e sincero il più possibile, e poi se ci pensiamo bene, cosa c’entra la nostra spiritualità con l’organizzazione coercitiva e capillare della Chiesa?  Che cosa si può dire di un ente che non regge al giudizio di un’analisi appena approfondita?  Che fonda le sue radici e il suo dominio nei misteri inviolabili?  In un processo per plagio quale giudice imparziale accetterebbe come prova il mistero, e in ogni caso con quale diritto si può manipolare la presente inquietudine dell’uomo davanti a certe incognite esistenziali?  Anche se bisogna ammettere che la Chiesa, attraverso la coreografia spettacolare dei suoi riti, raggiunge largamente lo scopo.  Inchiodati dalla suggestione, rimaniamo lì impotenti!  Ma se appena esiste una volontà di riflessione, inevitabilmente ci accorgiamo che di tutto quello che ci avevano dato non rimane che uno sgomento crisalideo.  Non avevamo le ali! – dice con gli occhi pieni di stupore, - Noi le ali non le avevamo per niente.

-        Ma. – continua Pietro più calmo, mentre il coro dei pontefici è incessante.  – Se si vuole dare il nome di Dio all’esistenza, intesa nel suo significato più totale, alla natura, all’uomo stesso, all’essenza del suo essere, all’universo, all’amore, all’infinito, all’eterno.  Allora questa è un’altra cosa, è un concetto che va bene. Comunque, non dovrebbe in ogni caso chiamarsi Dio; perché Dio significa soprattutto potere sull’uomo, significa governo, condizione, giudizio, dipendenza.

-        E come si potrebbe chiamare? – chiede lei.

-      Non lo so, in nessun modo io credo.  Non ha importanza … io penso che il senso delle cose stia nelle cose stesse e non nel loro nome.  Ad ogni modo, se un uomo è fissato sull’idea di  Dio, se ci crede o vuole crederci ad ogni costo e se proprio non può farne a meno, sono dell’opinione che debba farlo in una forma individuale, intima, lontano dalla degenerazione di gruppo e da tutte quelle forme di culto esteriore, dove più che una reale aspirazione all’autenticità, vige un’ automatismo di regole e ritualismi legati soprattutto alla gerarchia e alla politica.
I Pontefici continuano a cantare il loro inno liturgico con più vigore.  Il temporale si scatena, scende una pioggia molto forte.  Pietro è sempre in piedi al centro del ciborio, di fronte Cristiana è seduta sui gradini dell’altare, completamente nuda, la sua espressione e il suo portamento sono come pietrificati e guarda con gli occhi sbarrati Pietro.

Nessuno si cura della pioggia.  Una forte luce illumina Cristiana.  Alle sue articolazioni sono legati dei lunghi fili da marionetta.

-        Io non sostengo – dice Pietro con enfasi – che gli altri uomini siano molto migliori e del tutto puri – dice puntando il dito e guardando i pontefici. – Comunque almeno …. almeno non proliferano sfruttando ad ogni piè sospinto il nome di Dio! 

Questo Dio chimerico!  E poi-dice accalorato – poiché sono un individuo che fa parte di queste strutture, che lo voglia o no!  Sono costretto, a vederle, a subirle e a riscontrarne gli effetti, mio nonostante!  …. D’altra parte i tempi sono cambiati e non posso andare in giro a farmi giustizia da solo.

-        E allora, - dice Cristiana, con tono molto preoccupato – che cosa farai?

-        Come farò? … Troverò un sistema, almeno tenterò! … Tanto per non essere uno dei tanti, a cui basta avere la pancia ben piena e che della condizione umana se ne infischia.  Io devo conservare il senso dell’universale!  No come quei cadaveri viventi che scaldano a vuoto il loro banco, pesano a morto sulla terra, intralciando la strada della crescita morale e intellettuale dell’uomo.

A questo punto, due pontefici che erano alle sue spalle, scendono a terra al livello di Pietro e lo afferrano dolcemente per le braccia, Pietro cerca di divincolarsi dalla stretta immateriale dei due, senza riuscirci, allora si mette a gridare continuando il suo discorso:-

-        Come un immenso gregge di pecore ottuse e stupide, costruite di opportunismo e prive di carattere, capaci solo a farsi menare dai pastori e dai loro cani e alle quali infine, viene tosata fino all’ultima ciocca la volontà!

Finito di parlare, anche il coro dei pontefici finisce, e Pietro tra i due pontefici trasparenti e immateriali diventa a sua volta trasparente e immateriale.  Dopo qualche secondo, tutti i pontefici compreso Pietro spariscono.  Rimane solo la giovane donna invasa dalla luce, immobile e impietrita con lo sguardo fisso.



Scena No. 7

              Verso l’inizio del 13° Secolo

Al posto della villa palladiana c’è un castello.Da un portone del cortile del castello, esce un corteo guidato da un vescovo coperto da un baldacchino color porpora e sorretto da quattro prelati, seguono degli uomini incappucciati che tengono incatenato un uomo seminudo, il quale si sorregge a malapena sulle gambe, il suo corpo e il suo viso sono martoriati. 

Il posto dove sorge la sfera luminosa rimane immutato, come un’isola fuori dal tempo.  L’uomo della Liberazione, il Maestro, il Poverello e la giovane donna, sono ai piedi della sfera e guardano in piedi con molto interesse il corteo.  Cristiana, indossa un abito dell’inizio del 13° Secolo.  Il lungo corteo si ferma di fronte a una catasta di legna.  Gli uomini incappucciati trascinano a forza l’uomo incatenato sopra la catasta di legna e lo legano.  Il vescovo benedice l’uomo, dopo viene dato fuoco alla legna. 

-        Ma che stanno facendo!!? – esclama gridando il Maestro.

-        Stanno giustiziando un eretico! Un traditore della fede!  Un tuo traditore.
-        Risponde la donna – Oggi- aggiunge, - santifichiamo il tuo nome e la santa Pasqua con questo sacrificio, oggi nasce la santa inquisizione la quale durerà molti secoli e tutelerà la Chiesa dalle eresie – conclude con alterigia.

-        Pazzi!  Pazzi criminali! – Grida il Maestro.  E dopo qualche secondo, - Certo chi pensa più a vendicare gli innocenti morti – dice lugubre il Maestro – Io ho un trono, – grida il Maestro – che spunta sopra mucchi sterminati di cadaveri! … Sotto al mio trono, – grida ancora più forte – ci sono più assassinati che martiri!  Ma già per tutti voi, – indicando la folla – la corruzione è scontata e irrilevante, del tutto naturale.

-        Che cosa dici, - dice Cristiana con alterigia, - tu non ti rendi conto e stai bestemmiando, eliminare gli eretici è un compito sacro, per la vittoria della tua Chiesa, per la tua vittoria.

-        In verità ho perso.  In verità per queste tue parole ho perso! – dice il Maestro con acredine – Io non ho ancora capito che senso danno gli uomini alla loro vita.  Gli stupidi e i deboli si aggrappano alle illusioni! … I più evoluti si associano di buon grado al sistema del potere.  Tutti coloro che hanno qualcosa da perdere o soltanto un letargo da conservare, sussultano e tremano a ogni spirar di vento che porti un eco di innovazione. Sempre la stessa storia!

-        Hai perso il senso della tua dottrina?

-        Io ti dico che chi si adagia su un qualsiasi credo tramandato e preesistente a quello attuato con la propria libera ricerca interiore, si adagia sopra una fede sterile e letale. 

-        Maestro, - dice altezzosa con audacia e risentimento – Tu sei prevenuto e in errore, forse ai bisogno di cure mediche, non puoi ribaltare il mondo e quello che ci hai insegnato, non puoi distruggere tutto i costumi, la morale, tutta la nostra civiltà.

-        Mi pare che questi insegnamenti non siano riusciti a migliorare l’uomo.  Mi sembra invece che
gli impediscono di dare il meglio, di essere nel meglio.

-        Rinneghi tutto allora, - le dice lei con voce aspra e di rimprovero.

-        Certo, anche la mia resurrezione e la resurrezione della carne, - dice il Maestro con non curanza.  – L’hanno inventata apposta per fare colpo sul popolo arretrato e superstizioso.

-        Tu ci hai portato l’amore e l’uguaglianza. 

-        Si, guarda che amore!  - Grida il Maestro infuriato indicando l’arso vivo che si contorceva tra le fiamme del rogo – Guarda che amore, - ripete – Io invece ti dico, - prosegue un po’ più calmo – che ho fabbricato soltanto dei sogni per i diseredati della vita, a certi ho messo il giogo, e a altri ho rilasciato la licenza per le più totali iniquità.

-        Vedi come t’inganni, - gli dice lei – Tu non hai più lucidità mentale!  Mi devi credere perché tu sei Dio è sei risorto.  Se fosse come dici, altri l’ho avrebbero detto.

-        Si, - replicò il Maestro con lieve ironia – Guarda quel poveretto appena ha avuto l’ardire di contestare qual cosa!  Adesso è li che sta bruciando.

























Scena N° 8

Vicino alla Sfera luminosa.

L’uomo della Liberazioni è in piedi che lavora sulla sfera, ogni tanto la sua immagine scompare nel baluginare della luce.  Il Maestro, il Poverello e Cristiana, sono in piedi vicino alla sfera. Tutti e tre, sono intenti a guardare nella pianura un uomo vestito da vescovo, che precede un enorme gregge simile a un fiume dagli argini sfiancati e ondeggianti, dove dei cani neri con collare bianco cercano di riarginare alla meglio e di continuo il gregge.  Il pastore e il gregge stanno andando dalla loro parte.

-        E’monsignor pastore! – esclama Cristiana con gioia.  E guardando il Maestro.  – E’ uno dei tuoi seguaci!

-        Seguace??! – dice il Maestro, in tono bellicoso.

-        Vedrai, - incalza lei senza badargli, - è molto bravo e dolce e anche molto saggio, lui ti dissuaderà vedrai, ti convincerà che sei in errore … e ti farà sapere quanto la tua dottrina sia potente. 

-        Ah lo so!  Che quello che tu chiami la mia dottrina: che poi non è la mia vera dottrina, - dice il Maestro con un risolino da rapace.  – Governa in lungo e in largo da due millenni!  Ma che cosa sono due millenni al confronto dei milioni di anni che restano alla terra e all’uomo?  Due millenni non sono niente!  Sempre che l’uomo non si distrugga prima, e con i presupposti che ci sono sarà molto facile. 

-        Certo, - aggiunge con sdegno – e chi si sogna di negare la potenza che tu chiami la mia dottrina?!  Il suo bell’arbitrio indiscusso e indiscutibile.  Mi sorprende invece che ogni uomo nasca con un cervello formato in modo unico, indipendente e irripetibile in natura.  Questa è la sola traccia che ci conduce alla sua origine libera, incondizionata e casuale.  Tu a queste cose non ci pensi? – le dice con sarcasmo.– Eppure ne sono passati di filosofi e di pensatori sulla terra.  Ma a cosa serve all’uomo avere una intelligenza progredita, se si lascia impastoiare senza battere ciglio come un animale da soma.Come mi sono sbagliato, - dice con desolazione.

-        No, tu no, - gli dice lei accesa.  – Tu non sei uno qualunque, tu sei Dio. 

-        Dio, sempre Dio! – dice il Maestro sbuffando d’impazienza.  – Dov’è Dio?  Io non l’ho mai visto.

-        Che cosa importa!  Tu parli e parli, oramai non sai più quello che dici.

-        Parlo per amore, per verità parlo, - risponde lui sperduto.

Il pastore si avvicina a loro, attorniato dal gregge che continua belare nei suoi movimenti sbandati, i cani continuano ad abbaiare cercando di riordinarlo.  Il pastore grasso e rubizzo, sorride benevolmente ai tre e alza la mano inguantata e inanellata per benedire.

-        Oh, Monsignore! – sussurra lei con il viso radioso di gioia.Il Maestro si fa avanti di due passi, livido in faccia con la vena della fronte che gli pulsa.Il Poverello, anche lui si avvicina, con gli occhi smunti e liquidi e con gli zigomi arrossati. L’uomo non fa caso a nulla, indifferente e impassibile continua il suo lavoro sulla sfera.  Le pecore continuano a belare in modo sempre più intollerante. 

-        Dov’è che vai? – grida il Maestro.

-        Non vedi? – gli sorride il pastore con mitezza, - Porto a tosare il gregge.

-        Non è di queste pecore che io parlavo! - grida con ferocia il Maestro.

-        Perché? – chiede il pastore seccato – La lana rende bene.

-        E le anime?

-        E’ tutto conglobato, no? – risponde il pastore ridendo divertito.

-        Bastardo!  Bastardo schifoso!  Bastardo sanguisuga. – grida il Maestro con più ferocia. 

-        Cosa ti prende?  Brutto straccione pidocchioso, come osi. – gli ringhia il pastore di rimando – Che cosa vuoi da me sacrilega, levati dai piedi, fammi passare pezzente!

 -       Non mi riconosci più eh?! – dice il Maestro incandescente – Io un’altra volta vi ho scacciati via dal tempio, mercenari impostori, cancro dell’umanità.

Il pastore fremente per lo sdegno alza il suo pastorale d’oro per colpire il Maestro. 

-        Vieni qui. – dice tra i denti – Vieni avvicinati se hai il coraggio!  Puzzone ciarlatano, sporco!

Il Maestro, con la vena della fronte sempre più rossa e turgida, si slaccia la cintura della tunica per avventarsi contro.

-        Fermati! – interviene il Poverello, trattenendolo con forza per il braccio.

-        A che serve Maestro? – gli dice – Finché ci saranno pecore, ci saranno anche pastori.

-        Hai paura, eh. - ghigna il pastore, ancora col pastorale alzato.

-        Maledetto! – mormora il Maestro, esangue bianco come morto.

-        Ma vai al diavolo! – ringhia il pastore, riprendendo a camminare lisciandosi la veste.
Scena N° 9

All’interno della bianca villa palladiana.

Cristiana è sempre terrorizzata dal dilagare del morbo, il quale continua aggirarsi tra gli ospiti ignari ormai tutti contagiati e pieni di bubboni, i quali continuano la loro festa indisturbati.  Lei cerca con gli occhi una via d’uscita, ma e come paralizzata, cerca di muoversi e di fuggire, ma i suoi piedi non vogliono staccarsi dal pavimento.

-        Amore, - le dice l’uomo vestito da cesare – prendi almeno dei dolci.

-        Io non ti riconosco, - le dice lei piena di rabbia e di terrore – devi lasciarmi andare.

-        Noi ci amiamo molto, - dice lui senza udire quello che diceva e riempiendo due coppe di champagne – brindiamo alla nostra felicità! – esclama porgendole la coppa.  Lei prende la coppa suo malgrado e si impone la calma. 

-        Cosa pensi di Dio e della religione?  - gli chiede allora con un leggero tono ironico e di sfida.

-        Noi siamo Dio e la religione, - le risponde sorridendo –

-        Noi, - dice lei assorta – chissà quale realtà viviamo, una realtà che non ci permette l’introspezione.

-        Vieni cara, sorridi. – dice lui senza farle caso, trascinandola nella cerchia dei loro ospiti.  Lei li guarda e di ciascuno vede le facce e le mani piene di chiazze bluastre e di bubboni, tutti le sorridono e pronunciano parole che a lei suonano afone.

-        Chi ha potere è sempre amato. – le dice l’uomo vestito da Cesare.

-        Ma tu credi in Dio? – gli chiede.

-        A noi che importa credere, è invece importante che ci creda il popolo, è questa sua fede che ci permette di dominarlo e, di sfruttarlo a nostro piacimento. Quello che conta è che credano che noi siamo sacri.



Scena N° 10

Sempre all’interno della bianca villa palladiana.

Al centro del grande salone dei ricevimenti, c’è un enorme letto a baldacchino, intorno al letto quattro candelabri accesi e delle corone funerarie per terra.  Cristiana, è distesa sopra il letto.
-        “Sono morta.” – pensa dal letto.  E si vede con l’agonia che le capovolge gli occhi, si vede terrea, con la smorfia della morte in viso.

-        Amore, perché non mangi nulla? – le chiede l’uomo vestito da Cesare dal buffet, ancora con lo smalto intatto, ad eccezione delle chiazze dei bubboni.

-        “Sei morta.” – pensano di lei l’uomo della Liberazione, il Maestro e il Poverello intorno al suo letto apparsi improvvisamente in trasparenza.

-        Qui sei morta.” – continuano i tre con acredine pietosa.

-        “Il tributo!” – pensa ancora lei, - “bisogna pagare il tributo.”  pensa;

-        “Sono morta?” – chiede con gli occhi all’uomo della Liberazione, piena di disperazione e, mentre chiede ha un guizzo di ribellione. – “Sono morta?  Sono morta? – ripete in preda all’agonia all’uomo della Liberazione che  si è chinato sul letto. 

“Ecco la mia dissacrazione, non la capiranno e non l’accetteranno mai!  E poi come potrebbero? .. La loro mente è come l’acqua di un fiume che da sempre scorre in un letto dagli argini troppo alti, perciò nessun nubifragio o corrente, o moto innovatore riuscirà a riportarla fuori, quell’acqua imprigionata da quei suoi ciechi argini.  Gli uomini creano sempre dei motivi per giustificarsi dalle sopraffazioni, per renderle plausibili!  Chiamano in aiuto le parole come amore, affetto, bene, solidarietà, salvaguardia del benessere altrui! … Con le parole gentili e con i sorrisi mirano unicamente a conservarsi intatte le proprie posizione …  Mai rinunceranno alla stima esacerbata di se stessi, alla collocazione del proprio ego …  Mai vedranno i sintomi di cedimento nelle loro perfette costruzione!  Cosa vuol dire ribellarsi?  Forse vuol dire proprio cercare la verità.  Invece trasferiscono a torto anche sui loro figli l’istinto di una conservazione primitiva e fasulla.  Non vogliono degli individui innovatori!  Vogliono solo delle copie perfette.  La giovane donna, si guarda intorno e vede con una espressione di terrore i suoi ospiti pieni di  bubboni, che le sorridono mentre si stanno avvicinando tutti intorno al letto.  L’uomo vestito da Cesare è già dietro di lei che sghignazza, mentre ha i fili in mano tirati, tenta di muovere le articolazioni della donna ma non ci riesce, allora tira più forte con rabbia, ma i fili gli si rompono nelle mani.  Nel medesimo istante gli ospiti, il salone e tutto quello che la circonda si dissolve lentamente nel nulla.

Lei tenta di aggrapparsi all'Uomo della Liberazione.
-        “Mettimi in salvo!” – pensa, ma è come se stringesse l’aria.

 

 







Scena N°11

 

Roma piazza San Pietro


Ora Cristiana e il suo letto si trovano al centro della piazza tutta gremita da molte cattedrali di diversi stili architettonici, le cattedrali sono tutte dorate e splendono sotto il sole.  Cristiana si siede sul letto, guarda tutto intorno con l’espressione di chi si è svegliato dopo un lungo sonno, ha gli occhi semichiusi abbagliati dal luccichio delle cattedrali.  All’improvviso il cielo si oscura quasi completamente, lei ha l’espressione un po’ sgomenta, una pioggia silenziosa trattenuta e guardinga scende sulla cattedrali, poi diventa sempre più forte e scrosciante.  Le cattedrali incominciano a sgretolarsi sotto la forte pioggia, fino a diventare un ammasso di poltiglia fangosa.

La giovane donna guardando la fine delle cattedrali e i grandi rigagnoli di fango e oro scorrere vicino a lei.  Pensa:-

-        “Come quando ci si risveglia dopo un lungo, lunghissimo torpore durante il quale idee e luoghi comuni, non necessariamente propri e voluti si sono avviticchiati contro, intrecciando a iosa le loro fitte ramificazioni sul nostro stato immobile e passivo, fino a radicarsi in un’unica inscindibile matrice.  Può accadere che si scopra un giorno, che questi tralci tenaci e ostinati crescano sulla nostra pelle e che su di essa proliferano come un specie di immenso lichene, che assimila e ingoia avidamente ogni nostra stilla di vitalità, indebolendo spesso fino a sgominarla la ricerca della nostra identità. – dopo qualche secondo pensa: - “Molti risvegliandosi, ritengono ormai impari la lotta. Molti non si risveglieranno mai e non avranno mai nessuna cognizione di se stessi. Moltissimi altri intravedendo una breccia non se ne curano, paghi del loro accovacciarsi rassicurante.  Alcuni ingaggiano la lotta, ma cadono a metà sotto i loro stessi colpi di compromesso.











Scena N° 12

Vicino alla Sfera luminosa.

L’uomo della Liberazione sta lavorando sospeso a mezz’aria, su una superficie di un lato della sfera luminosa.Il Maestro, il Poverello e Cristiana, sono seduti ai piedi della sfera.  Le loro figure sono immerse dalla luce.

-        Maestro, - dice lei sommessa con gli occhi sbarrati – tu sei morto per liberarci, per salvarci!
-        Sono morti in tanti per le loro idee, durante i secoli, e non per questo li hanno chiamati Dio.

-        Ma tu sei risorto a differenza!

-        Risorto?  Per andare dove? – dice sprezzante con lo sguardo duro.

Lei abbassa gli occhi per qualche secondo, poi si fa un po’ più aggressiva. 

-        Tu ce l’hai detto. – dice.

-        Non vedi, - dice il Maestro con molta pena – ti hanno carpito l’innocenza!

-        Ho pietà di tutta la tua tragica speranza. – le dice freddamente.  Poi dopo qualche secondo di silenzio.

-        Chissà perché, - dice il Maestro meno freddamente - agli uomini è più facile dar da bere delle frottole, che la verità.

-        Ma cosa ti hanno fatto, - dice lei prostrata – non capisci che bisogna credere, Tu stesso ce l’hai detto, abbiamo bisogno di credere in qualcuno!  La fede è una forza.

-        E’ per questo che gli uomini non saranno mai protagonisti della loro vita. – dice il Maestro duramente.
-        Ora vorresti toglierci ogni cosa? – dice lei con affanno.

-        Perché non incominciate a credere in voi stessi?  Povere marionette con i fili allentati. – dice il Maestro con tristezza.

-        Ci è indispensabile una fede. – dice lei quasi piangendo.

-        Fede! – urla il Maestro rosso dalla rabbia.  – Mi parli di fede ma quale fede?!  E’ diventata un pezzo da museo, una sorta di referto archeologico polveroso, la tua fede, un reperto da poter far sfoggio nelle grandi occasioni, come una fantasmagoria di illusioni da proiettare sopra un grande scenario deserto.  Dopo alcuni secondi di silenzio, il Maestro dice calmo:

-        Invece lui, lui si! – dice il Maestro indicando il Poverello – E’ stato veramente un mistico, una delle rarissime eccezioni nella storia della Chiesa. 

-        Il Poverello con gli occhi umidi guarda con un leggero sorriso il Maestro, e dice: - Non m’incensare che non mi sembra il caso.

-        Scherzi?!  Tu sei stato uno dei pochi che sia stato coerente con la mia dottrina, anzi tu sei stato il migliore di tutti, intorno a te non c’è mai stata nessuna ombra di falsità o di iniquità!

-        Non mi sono neanche sciupato tanto a fare del bene. – dice sommesso il Poverello.

-        Come! – esclama il Maestro pieno di fervore.  – Se eri povero ed umile e con le mani pulite, questo ti sembra poco?! …

-        Un inetto. – mormora il Poverello sorridendo debolmente e molto abbattuto, - Perché non dici invece che ho approfittato della carità altrui per non morire di fame?  - dice dopo due secondi un po’ più su di tono.

-        Meraviglioso!  Perfetto!  Esemplare! – dice con enfasi il Maestro, con gli occhi che guardano il cielo e le braccia rigide verso terra.

-        Piuttosto comodo e un poco vile …

-        Ah, non vorrai declassarti ora?! – dice il Maestro in tono di rimprovero e un po’ offeso.

-        Se ci penso, - dice il Poverello con più forza, - in fondo mi vergogno … crea tutto un circolo vizioso – dice guardando il suo Maestro con rammarico, - perché colui che ci fa la carità, è convinto di prenotarsi il paradiso, o quanto meno, crede di pulirsi la sua coscienza!  E noi glielo lasciamo credere!  E’ vero o no che glielo lasciamo credere?!  E in questo modo che la faccenda non mi piace per niente … Non vedi che assume tinte losche?  Non vedi che diventa un’estorsione morale.

-        Ma no, non è così! – risponde il Maestro poco convinto – Neanche la carità adesso, la carità ha sempre fatto del bene!

-        Sai uno non ha voglia di lavorare, e diventa mistico per scroccare! – continua imperterrito il Poverello.

-        Ma tu non sei uno di quelli, tu non hai mancato in nulla.

-        Contro la mia dignità ho mancato Maestro, non mi sembra giusto che esistano due classi, quella di chi lavora e quella dei parassiti.

-        Parassita! – esclama il Maestro incollerito e rosso in viso, - Io ho predicato la povertà e ancora povertà!  Perché quando c’è di mezzo il denaro inevitabilmente c’è la corruzione e il marciume. 

-        Forse nel denunciare la corruzione che viene dal denaro, ti sei un po’ confuso, un conto è la povertà o meglio l’onestà o forse parità, un conto e fare i parassiti.

-        Ma di meglio – grida il Maestro concitato – cosa si poteva fare?
Tu, per esempio, di meglio cosa potevi fare?

-        Rendermi utile veramente utile in qualche modo … e soprattutto guadagnarmi il pane, sempre per via del circolo vizioso!  Gli uomini non sono uccelli: se non seminano e non raccolgono, non mangiano.

-        Guarda! – dice il Maestro visibilmente offeso – proprio da te mi viene la morale.

-        Andiamo, via! – minimizza il Poverello con dolcezza – Tu eri in buona fede solo che ti mancava un po’ il senso della realtà.  La manna non cade dalle nuvole!  Vedi, - continua con calma il Poverello – Io voglio dire che i l misticismo non è e non deve essere una professione e, non si può acquisire con una veste e tanto meno deve vivere della carità altrui.  Il misticismo è la parte più nobile del l’uomo ed è sacrilego offenderla o mercificarla.Io voglio dire che a un tuo pari non oseresti mai fare la carità!  Caso mai puoi dividere con un tuo pari e, non gli getti gli avanzi come ad un cane randagio di passaggio; penseresti che fosse mancanza di rispetto, penseresti di offender la sua dignità.

-        Certo, - dice il Maestro pensoso, - La parte più nobile dell’uomo non può vivere di elemosine.























Scena N° 13

Roma Colosseo 2013


La sfera di luce è al centro del Colosseo.  L’uomo della Liberazione, sta sempre lavorando su una facciata della sfera, il Maestro e il Poverello, sono in piede vicino alla base. Le tribune sono affollate in trasparenza come da fantasmi, di migliaia di uomini crocifissi ancora vivi che si lamentano e si dibattono, i loro corpi nudi sono martoriati e infilzati da frecce.  Il cielo sembra dipinto di un rosso scuro. 

Il Maestro si inginocchia per terra e alza le mani verso il cielo.

-        Che razza di pazzie i martiri! – grida il Maestro guardando i crocifissi – Perché vi fate ammazzare poveri disgraziati?! – dice quasi piangendo, - Per andare dove?  Per testimoniare che cosa? – il Maestro mette la testa tra le mani e piange. Il Maestro alza la testa e guardando i crocifissi dice gridando:-

-        Io ormai funziono solo come un grande impero politico ed economico. Non fanno nulla per le anime.

-        Non agitarti, non ti devi agitare, - gli dice il Poverello commosso.

-        E lasciami sfogare!  Io ho una di quelle spine qui!! – grida più forte il Maestro, battendosi un pugno sul petto.  – Guarda a cosa si è ridotta la mia dottrina, guarda per che cosa sono morto, guarda perché cosa sono morti questi idioti!! La storia della Chiesa da quando ha avuto potere dall’Impero Romano, è una storia di continui crimini e oppressioni.

Questa storia continua poi con la più barbara intolleranza, espressa nelle crociate e in 500 anni di inquisizione, che hanno provocato centinaia di milioni di assassinati, in nome mio! Io – aggiunge con espressione desolata e con il pianto in gola. – Io  che ho sempre predicato la  tolleranza e la bontà.

Il Curriculum Vitae della Chiesa, é il più criminale della storia umana!! - Continua gridando forte, indicando i crocifissi.  – Qualsiasi può commettere qualsiasi crimine … basta che un giorno incontri un prete, e ne viene fuori pulito e bianco più di un giglio, e ogni volta così, io sono tanto buono!  Io sono morto apposta!  Basta rientrare dentro l’ovile, non ti serve altro … tu quando hai voglia entri; basta pentirsi dicono, anche in punti di morte.  In questo modo però – dice il Maestro con ammarezza – non hai mica uomini dietro, ma solo porci e pecore!

-        Tu la tua parte di messia l’hai fatta bene. – gli dice l’uomo della Liberazione.

-        Ai miei tempi c’era un senso, – dice il Maestro desolato – ma ora?

-        Se non ci fossi stato tu, forse c’è ne sarebbe stato un altro! Magari peggiore di te!  Forse era un’ evento storico inevitabile. – gli dice ancora l’uomo come per consolarlo.

Il Maestro è sempre in ginocchio per terra l’uomo della Liberazione che era sospeso a mezz’aria, è in piedi, vicino a lui.  Dopo qualche secondo.

-        E poi, - continua il Maestro, - contano forse le parole?  Vane e chimeriche parole!  Qualunque cosa dica un Maestro, viene fraintesa, viene manipolata o raggirata! …

Il Maestro guarda i crocifissi con infinita pietà, qualcuno di loro è già spirato.

-        Anch’io quando ci vidi chiaro .. già mi raffiguravo quello che avrebbero costruito alle mie spalle, stavo lì lì per morire quando ci vidi chiaro!  Cosa potevo fare ormai?... Cosa posso fare ora? – dopo qualche secondo di silenzio continua con più forza – Un uomo può esprimere le sue idee, il suo pensiero, io non lo nego, ma il modo la responsabilità! … Certe boiate non si può ripeterle nei secoli in eterno!  Mi hanno caricato in un modo!  Che uno più megalomane di me non lo trovi nei libri … Io, - dice angustiato, stavo morendo disperato! Torturandomi come un fesso, coperto soprattutto d’infelicità! –Sono morto anch’io per nulla!  Adesso come rimediare?!  Come?! – chiede il Maestro ancora più prostrato.










Scena N° 14

Ai piedi della Sfera luminosa sopra la collina.

-        Vedi. – dice il Maestro rivolto all’Uomo della Liberazione.  – Quando si crede di essere Dio, inevitabilmente si esagera sempre un po’.
-        Penso che l’uomo si sia creato un Dio, per farne soprattutto il ricettacolo di tutte le sue inconsce paure. – dice l’uomo con calma senza distrarsi dal lavoro.

-        Ah, certo, - dice il Maestro con enfasi – e hanno costruito Chiese, Cattedrali, Abbazie e altari d’oro, da costellarne piena la terra, ma ora l’uomo ha meno paura, e perdendo la paura ha perso la sua spiritualità e il senso sacro della vita, oggi l’uomo non crede più a niente, non ha più valori! ..  E’ solo un pezzo di carne che va in contro alla sua distruzione.  Chissà se potrà credere ancora in qualcosa. 

Dopo qualche secondo di silenzio, il Maestro dice con desolazione:- Anch’io non credo più a nulla.  – e rivolto verso l’Uomo della Liberazione grida:-

-        Tu in che cosa credi?

L’Uomo della Liberazione risponde con molta calma:-

-        Io credo nella realtà, nell’esistenza, nell’essenza del mio essere, nella natura, nell’universo eterno e infinito e in tutto quello che mi circonda e,che questa realtà è senza cause o interventi soprannaturali.  E ci credo con grande amore.

-        Beh, in fondo non hai mica torto, anch’io se fossi di questa epoca, avrei creduto a quello che credi tu.  Già – dice il Maestro pensoso – certo! … almeno … almeno credo, certo che si!   - dopo qualche secondo:- Io volevo salvare l’uomo! - dice con impeto – Io nella mia missione crederti ciecamente, certe volte però ci sì confonde!  Adesso poi che son passati duemila anni!  Io dico che troppo spesso la buona fede non è che un alibi per farsi pulita la coscienza!  Già con la buona fede nell’errore puoi ammazzare, ne puoi ammazzare migliaia milioni!  Puoi fare guerre e genocidi, in buonafede!  E non solo materiali, ma anche morali e spirituali.  Quante guerre, quanti genocidi, quanti sono stati assassinati in nome mio in questi due millenni!  Quanti – grida con rabbia – un milione, dieci milioni, cento milioni!!  Quanti!!!

Il Maestro si getta per terra come in preda a una crisi epilettica, finita la crisi del tutto spossato, affossa la faccia nell’erba con il corpo tutto irrigidito.  Cristiana allarmata va in suo soccorso prendendo la sua testa tra le mani, come in una pietà moderna.  Il Poverello preso dal panico si avvicina al Maestro e tremante come una foglia gli prende le mani.

Dopo qualche secondo il Maestro riprende conoscenza e apre gli occhi.

-        Come ti senti? – gli chiede il Poverello.
-        Mi sento bene, mi sento bene – risponde il Maestro mettendosi seduto e passandosi una mano sulla testa.

-        Lo sai che ti fa male arrabbiarti? – gli dice il Poverello.

-        Non è niente, non è niente. – dice il Maestro col viso stravolto – E’ che ne ho viste troppe in giro!  Sono come un fantoccio tra le mani della follia. E quelle masse da sempre frustrate, quelle stesse che io volevo redimere, gli passa sempre via da sotto il naso il bandolo del diritto alla libertà, forse non sanno nemmeno che cosa sia, da tanto che sono represse manovrate e marchiate fin dal concepimento. E proprio quelle masse ,si stanno leccando ancora i baffi sopra a una pietanza stantia e ammuffita, che puzza da quanto è andata a male, ma così magistralmente confezionata da risultare l’unica possibilità di scelta alla loro portata.  E quello che è peggio, è che credono di scegliere.

Il Maestro tace per un po’, ma è inquieto.  Si passa una mano sulla guancia, poi sulla barba, poi sotto il mento.  Infine si schiarisce forte la voce e ancora un po’ incerto dice guardando l ‘uomo della Liberazione.

-        Te ne stai qui tutto da solo!  Che deserto perché non c’è nessuno?  Per chi lavori tu?

-        Forse il gregge è tutto smarrito. – gli dice l’uomo sorridendo.

-        Ma forse invece hanno perso le tracce del sentiero, - riprende il Maestro concitato – io stesso l’ ho intraveduto a stento.  E’ che vi ho seminato sopra un’erba così fitta e resistente.

-        Penso, - dice l’Uomo della Liberazione – che la grande difficoltà delle masse sia quella di accettare la solitudine del proprio essere, – e soffia via della polvere color rosso scuro dalla Sfera, e continua sempre calmo -  preferiscono credere che fanno parte di un grande e misterioso sfuggente disegno di natura divina, in fondo l’idea fissa è quella; che da qualche parte c’è un padrone – padre.  Si sentono rassicurati nel pensarlo.

-        Perché tu credi che ci pensino? – chiede il Maestro con un sorriso ironico – Quelli chissà cosa, hanno in mente!  Altro che la solitudine dell’essere!  Quelli non sanno che il cervello serve per pensare!  E poi supponiamo che lo sapessero, in ogni caso cosa fanno?  - continua il Maestro irato – Rifiutano ogni responsabilità alle ragioni primarie dell’esistenza, negandosi ogni disponibilità mentale.  Loro da soli non sanno amministrarsi, e allora che libertà pretendono?  Loro hanno sempre bisogno di cavezze. Però – dice con rammarico – l’idiozia umana è una cosa che non smette mai di sorprendermi!  L’uomo ha sempre combattuto per liberarsi dalle schiavitù e dai padroni,e tiene ben stretto quello che insegna a tutti.

Il Maestro alza lo sguardo verso l’Uomo della Liberazione e dice:-

-        Almeno nella mitologia sussisteva una qualche forma di democrazia della divinità, invece dopo il mio evento si è verificato un fatto dittatoriale che ha sviluppato nell’uomo un gravissimo stato di repressione spirituale e intellettuale!..  Tu per esempio, stai lavorando sulla Liberazione e qui non vedo un cane in giro!...  Io non ti capisco perché lo fai, sta di fatto che sono qui apposta per te …  Non so – dice il Maestro scandendo le parole, - mi sembri l’uomo giusto tu ..  Si sembri proprio quello adatto – dice cauto sbirciando l’altro per coglierne una qualche reazione.  Ma non accade nulla.  L’Uomo della Liberazione non fiata.  Anche Cristiana  guarda l’uomo e si aspetta una reazione, invece niente.

-        Insomma! – dice il Maestro – Penso che sei quello giusto per togliermi le castagne dal fuoco!  Altrimenti accidenti, cosa ci stai a fare qui?! – gli grida contro inalberato il Maestro.

-        Io penso invece che noi siamo soli con noi stessi nell’eterno infinito, – dice finalmente l’uomo – e che sulle soglie del nulla perfetto si deflagri ogni nostro avvicendarsi, perché è nell’ordine di tutte le cose il reale, e ci compenetra.  Noi ci riconosciamo nella nostra entità individuale, come la mente stessa dell’universo, una mente che aspiri all’amore eterno e alla bellezza universale.Questo possiamo essere, questo possiamo fare.

-        Ah!  Sei troppo tranquillo caro mio, troppo chiuso!  Ti devi smuovere accidenti!  Gli idealisti devono avere fretta, più passione. Tu sei troppo silenzioso!  Tu parli troppo poco! – dice il Maestro esasperato raccogliendo dei ciottoli per terra e scagliandoli lontano.

-        Ogni pensiero filosofico precede il suo momento storico. – dice calmo l’uomo.

-        Le cose bisogna dirle chiare!  Gridarle a piena voce, coinvolgere le folle!  Sconvolgere tutto!  Fare una rivoluzione soprattutto contro quelli che si sono serviti delle mie parole, per il loro subdoli scopi di potere sull’uomo.

-        Fare una guerra? – gli chiede l’uomo.

-        Certo!  E con questo? – incalza il Maestro sempre più ostinato e bianco dal livore, - forse che nel mio nome loro non hanno combattuto e massacrato e depredato volgarmente per allargare i confini del loro impero?...  Mi hanno infangato!  Non lo capisci?  Mai dico mai!  La dignità umana è stata violentata e mortificata in questo modo, e allora?  Tu ti fai tanti problemi, tanti scrupoli; puoi ben combatterla anche tu la tua guerra, no! …  Amen, se ci saranno delle vittime, almeno questa volta sarà la volta buona!

-        Io non voglio fare da maestro e da messia.  – gli risponde l’Uomo della Liberazione, freddo e composto smettendo per un istante il suo lavoro.  – Io non sono qui per predicare o convertire – continua – perché supponendo che la verità sia bianca: per contro la popolarità è sicuramente nera, e in pratica il risultato sarà una volta ancora grigio, travisato e amorfo.

-        Ma qui bisogna imporsi, si deve fare qualcosa! – dice il Maestro per niente convinto, gettandosi sopra le spalle il lembo del mantello.

-        Che senso ha – dice l’uomo – che cosa ne farei di milioni di pecore che mi seguissero passivamente o attivamente, nella stessa identica maniera di come ieri seguivano un diverso pecoraio?

-        Allora, non mi dai nessuna speranza! – gli grida aspro il Maestro.

-        Ecco il punto dove le dottrine falliscono! – dice l’uomo serio – La verità non è come il grano che si getta ai polli!  E’ il terreno – uomo, che la dovrà concepirla da solo.
-        Di questo passo stiamo freschi!  Ah, stiamo proprio freschi! – dice il Maestro con ironia.  – Tu sei un povero illuso se credi che le cose cambino da sole!

-        Non le cose, noi stessi! – dice l’Uomo della Liberazione, - La nostra concezione delle cose…  D’altro canto ogni mutamento radicale ha bisogno del suo tempo, l’evoluzione stessa lo richiede.Inutile forzare.

-        Ma tu, che razza di ideali persegui in questo modo?

-        I miei gli seguo ..  Ogni uomo sarà un filosofo e il maestro di se stesso. 

-        Figurati, - dice il Maestro ridendo ironicamente, - tu gli uomini non gli conosci per niente allora!  Ci vuole polso, caro mio, la strada bisogna mostrargliela in lungo e in largo, e se non basta, metterceli sopra altrimenti hai voglia di aspettare!  Tu proprio non hai idea di come sia fatta l’intera umanità, è come per certe donne, che per loro la libertà significa fare le puttane!

-        Che cosa cerchi? – dice l’uomo – Vuoi e non vuoi!  Secondo me ti preme soltanto di cambiare quello che sta sopra il trono!

-        E anche se fosse?!! – gli ribatte il Maestro con alterigia, - Ti offro un’occasione! – i due si guardarono a fondo negli occhi, l’uomo ha lo sguardo fermo, e fissa gli occhi del Maestro in tono di rimprovero, lo sguardo del Maestro lo sfida per qualche secondo, poi cede e in tono di dolore, con il pianto in gola grida:- “Almeno guardati intorno!  Ti sei guardato intorno?  Imperversa una decadenza orrenda, cosa succederà …?  Non hanno più ideali, i loro feticci sono la vanità, i soldi e il sesso, e i loro valori umani sono al punto di Sodoma e Gomorra, lo vedi che ci vuole un vero capo, uno di quelli capace di sfondare questi orizzonti miseri e privi di significato!...  Perché non fai qualcosa tu!?

-        Fare una nuova religione? – chiede l’uomo – Ancora altari?  E’ un male antico il tuo!

-        E tu hai troppa fiducia nell’umanità!

-        Forse ci sarà una catarsi, la rivoluzione totale – dice tranquillo e fermo – l’uomo immobile e nitido sullo sfondo della Liberazione. 

-        Ma tu non hai amor proprio? – urla il Maestro infuriato – Non alzerai un dito intanto?

-        Basta vitelli d’oro!  Basta burattinai che manovrino la spiritualità dell’uomo …  Viviamo già tutto il disordine delle cattedrali che cadono.

-        E intanto qui va tutto in rovina, vigliacca di una terra! – grida il Maestro iroso e senza alcun ritegno, e battendo i pugni per terra, grida: - Io sono stanco vuoi capirlo?  E’ tanto che sono stanco!  Vuoi capirlo?!

-        Forse l’uomo rinascerà da queste scorie.  – dice l’Uomo della Liberazione, con un leggero tono di consolazione.

Il Maestro pieno di amarezza e desolato, si alza in piedi e rimane come impietrito con lo sguardo assente.  Il Poverello gli si avvicina e con molto garbo e dolcezza lo fa sedere per terra accanto a lui, appoggiandogli la testa al suo petto.

Cristiana guarda l’Uomo della Liberazione, e preoccupata gli dice:

-        Seguire un proprio credo non potrebbe essere un comodo mezzo per vivere nell’anarchia interiore, mascherando l’indisciplina sotto l’egida di principio?

-        Vedi – le dice l’Uomo della Liberazione con calma – un uomo non può barare con se stesso, lì, col suo animo nudo di fronte a se ….  Chi si prende l’impegno di una ricerca interiore, personale e approfondita sui temi fondamentali dell’esistenza, non credo che lo faccia per forgiare una copertura ai suoi piccoli, vili e mediocri interessi personali.

-        Tu credi? – le dice Cristiana.

-        I poveri peccatori, quelli che seguono una dottrina a metà concedendosi spessissimo succulenti evasioni, credono che sia solo una copertura.

-        A chi cerca da solo non può accadere?

-        Se facesse tutto questo per gettarsi del fumo negli occhi, sarebbe uno sciocco!  Gli sarebbe bastato uscire dalle fila del gregge e rientrarvi al momento opportuno … a seconda che richiedano, le circostanze, o fosse solo per ottenere il perdono alla fine ..  Sono tutti così.  Credono di essere timorati di Dio e pervasi di buoni sentimenti!..  invece sono solo una massa informe, apatica in realtà, in costante attesa di risoluzioni, cieca e brancolante!

-        Tu perché sei qui? Le chiede l’uomo

-        Non so più dove andare, l’umanità e ammalata gravemente, le cattedrali sono cadute. – le risponde Cristiana desolata.

-        Riesci a vedere la Liberazione?  Ora il mio lavoro è finito.

-        Vedo solo un banco di nebbia luminoso. – dice Cristiana.

L’uomo le si avvicina e le slaccia dal corpo i fili da marionetta. Mentre slaccia i fili, Cristiana vede la nebbia dissolversi, il suo viso si illumina di luce e di un stupore estatico.

-        Ora la vedo!  La vedo! – esclama raggiante.  -Vedo tutto l’infinito Universo. Vedo e sento tutta la Verità e la Conoscenza. Vedo e sento l’Amore, tutta l’Arte e la Poesia. Sento la Musica più sublime, e mi sento parte del Tutto.


Il Maestro e il Poverello si girano a guardare la sfera che pulsa di luce.  Il Maestro pochi attimi dopo guarda l’uomo e, riconosce nel volto dell’uomo, sé stesso. 

La sfera di luce pulsando si ingrandisce sempre più, assorbendo in sé, tutti quanti.

Fine











Cenni Biografici di Denis Diderot


Denis Diderot nasce il 5 Ottobre 1713 a Langres, una piccola città della Champagne a 250 Km. da Parigi e 160 Km. da Reims. Suo padre Didier un artigiano coltellinaio, fabbricante anche di eccellenti ferri chirurgici, continuava la secolare  tradizione di famiglia di questo lavoro. Sua madre era Angélique Verignon , figlia di mercanti e conciatori di pelli di antica data.

I Diderot e i Verignon, erano una famiglia benestante, molto Cattolica e legata alle tradizioni , e contavano tra i loro avi molti abati e suore. Il piccolo Diderot crebbe con questo tipo di educazione frequentando a 10 anni il collegio dei Gesuiti di Langres con molto profitto, a tale proposito scriverà: “ Succhiai il latte di Omero, Virgilio, Orazio, Terenzio, Anacreonte, Platone e Euripide, diluito con quello di Mosè e i Profeti Biblici.”

I suoi studi continuarono presso il collegio dei Gesuiti, Louis le Grand di Parigi laureandosi nel 1732 all’Università di Parigi come: Maìtre dès Arts.

Contro la volontà del padre patriarca Didier, che voleva che il figlio si decidesse per una seria professione; Diderot rispondeva confusamente non sapendo cosa fare, , nel frattempo dava lezioni di matematica , anche se la sua passione per il teatro lo spingeva verso la carriera di attore, meditava anche di farsi abate.

Solo la passione per la  bellezza della sua futura moglie: Annette- Toinette Champion , lo condusse a vedere chiaro su se stesso, e a preferire le inclinazione mentali della Natura, a quelle della educazione clericale ricevuta.

Come succede per certe eccezionali intelligenze creative, dove la forte individualità si confronta con il mondo conformista della tradizione sociale governata dalla religione, trovano proprio in quella educazione religiosa, gli elementi di maggiore confronto critico, rispetto il mondo naturale e razionale della Ragione; come é capitato prima di Diderot, a Giordano Bruno e dopo a Nietzsche.

Nel 1742  Diderot  traduce dall’inglese : Grecian History, di Temple Stanyan, e contava molto su questa prova di lavoro, per convincere il padre di dare il suo consenso e i mezzi economici, per sposare Annette- Toinette Champion. Suo padre contrario al matrimonio, minacciava di diseredarlo se non manteneva la promessa di farsi abate e, lo face rinchiudere a forza nel convento dei monaci. Diderot fuggiva da una finestra e raggiungeva Parigi con fatica.

Poco dopo si sposava con Annette, la prima figlia Angélique, portava il nome della madre e di una sorella suora di Diderot.

Diderot intraprendeva la sua attività di traduttore, facendo la conoscenza  dei filosofi inglesi, come: F. Bacon, Newton e Loke , e saranno proprio questi filosofi ad introdurlo nel mondo razionale della logica e della ragione, e su l’interpretazione scientifica dei fenomeni naturali, come già questi filosofi avevano influenzato Voltaire; anche se bisogna dire che l’influenza dei filosofi inglesi, ha avuto uno sviluppo evolutivo nel pensiero dell’ateo Diderot, mentre è rimasta la stessa nel deista Voltaire.

Nel 1745 Diderot traduce dall’inglese  l’opera di Shaftesbury :”Saggio sul merito e la virtù.” questa opera con riflessioni di Diderot, verrà pubblicata a Parigi, senza nessuna indicazione sull’autore, e con false indicazione, risultando essere stata stampata ad Amsterdam. Questo espediente veniva usato per sfuggire alla censura dominata  dal potere clericale, che non si limitava a mettere al rogo il libro, ma imprigionava tutti i suoi esecutori.

Dal 1743 al 1745, Diderot traduce dall’inglese il: Dizionario Medico di Robert James,
Nel 1746, scrive la sua prima opera i : “Pensieri Filosofici”, il libro che fa parte della letteratura deista-atea, verrà pubblicato clandestinamente nel 1756, e sarà condannato al rogo da Parlamento di Parigi.

Nel 1747, scrive: “La passeggiata dello scettico”,  con riflessioni decisamente atee, dove colloca i liberi pensatori nel tranquillo viale dei castagni, mentre i religiosi sono nel viale delle spine.

Nel mese di ottobre il libraio e stampatore Le Breton affida a Diderot e a D’Alembert la direzione dell’Enciclopedia, un’opera molto più vasta e più ricca, di quella pubblicata a Londra nel 1728, che dal progetto iniziale doveva  essere solo tradotta dall’inglese al francese.
L’Enciclopedia, secondo Diderot, doveva avere una nuova concezione del mondo, in contrasto all’idea metafisica e teologica, liberando l’essere umano dall’imbroglio religioso, del pensare comune.

Diderot si impegnerà per questa opera di rinnovamento sociale dal 1746 al 1772 , mentre d’Alembert abbandonerà l’Enciclopedia 7 anni prima, per contrasti economici con lo Le Breton.

Diderot molto amareggiato e deluso da come è stata trattato lui e la sua Enciclopedia, scriverà a Caterina II di Russia: “Ho lavorato quasi trent’anni a questa opera. Di tutte le persecuzioni che si possono immaginare, non esiste nessuna che io non abbia subito. Ho rischiato di perdere l’onore, i miei beni e la libertà. I miei manoscritti circolavano nascosti da un luogo all’altro, e si è tentato più volte di sottrarli. Ho passato notti insonni con il pericolo di essere imprigionato. I miei amici mi consigliavano di espatriare. L’Enciclopedia è stata proscritta e io stesso minacciato nella persona, da vari editti del Re, e dai vari decreti del Parlamento.
I miei nemici sono stati la corte, il clero, la polizia e la magistratura, e tutto il popolo influenzato.
Uno stampatore infame ha mutilato 10 volumi e bruciato i manoscritti .”.

Diderot, tenterà di proporre a Caterina II, di lavorare per alcuni anni con i suoi collaboratori, per la pubblicazione dell’Enciclopedia senza censure, ma purtroppo Caterina II non lo accontenterà.

E’ davvero paradossale che Encyclopédie, che è l’opera più rappresentativa dell’Illuminismo  Europeo, sia in realtà un’opera mutilata e censurata, molto lontana da come Diderot la voleva.

Nel 1749, Diderot stampa clandestinamente la : “ Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono.”
In questo saggio sviluppa una teoria materialista, alla teoria della creazione divina del mondo, viene contrapposta una teoria evoluzionistica della trasformazione continua della materia, che anticipa Darwin. Diderot invia a Voltaire  la “ Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono.” in questa occasione inizia il rapporto amichevole dei due scrittore, anche se Voltaire deista critica la tendenza ateista del saggio.

Il 24 luglio dello stesso anno, Diderot dopo avere subito una perquisizione nella sua casa dalla polizia, viene arrestato e imprigionato nel torrione di Vincennes. Interrogato Diderot nega di essere l’autore della “ Lettera sui ciechi ad uso di coloro che vedono.” ma poi confessa, e fa ammenda di non scrivere più cose contrarie alla religione. Sotto la pressione degli editori dell’enciclopedia alle autorità, Diderot verrà liberato nel Novembre dello stesso anno.

Intanto la detenzione nel carcere di Vincennes gli procura la fama. Anche se Diderot rimane molto provato dalla cattiva esperienza.

Nel mese di Giugno del 1751 esce il primo volume dell’ Enciclopedia, nonostante sia stata molto censurata, i Gesuiti attaccano l’opera e accusano Diderot e D’ Alembert di avere seguito il sistema razionale e scientifico di Francis Bacon, favorendo la  religione della Natura in contrasto con la dogmatica religione Cristiana rivelata. I Gesuiti riescono a far vietare da un decreto reale, la vendita e la pubblicazione dell’opera.
Gli editori disperati influenzano Madame de Pompadour sui valori culturali dell’ Enciclopedia, e fortunatamente nel frattempo i Gesuiti vengono in contrasto con il potere reale . Così gli editori ottengono il permesso di pubblicazione e di continuare l’opera, a condizione che non si parli di religione o di potere politico. Per garantire queste condizioni, vengono affidate alla revisioni degli scritti, tre censori teologi. Nonostante questi censori, Diderot farà in modo che l’Enciclopedia mantenga  la sua identità.

Nel 1752, diderot pubblica clandestinamente e anonimi, i Pensieri sulla interpretazione della natura.

Un saggio che onora il metodo scientifica della ricerca della verità delle cose, in linea con il Novum Organum di Francis Bacon.

Nel 1755, Diderot inizia il suo rapporto d’amore con la donna della sua vita, Sophie Volland, una donna molto diversa dalla moglie Anne-Toinette Champion, per la quale erano molto più importanti le cose pratiche della vita quotidiana e il benessere materiale, che gli ideali del marito.

Sophie Volland, fu molto importante per la vita di Diderot, perché in lei ha trovato non solo il vero amore, e il profondo significato di questo sentimento, ma anche una amica confidente che darà benessere e sicurezza, e un senso profondo alla sua vita, come si nota dal ricco epistolario avuto con Sophie, per oltre 20 anni.

Nel 1757, dopo l’uscita del sesto volume dell’ Enciclopedia, Diderot che non ha mai perso il suo vivo interesse per il teatro, pubblica: Il figlio naturale, e un anno dopo pubblica : Il padre di famiglia.
Il teatro di Diderot è fondato sul valore primario dell’individuo, indipendentemente se ha avuto natali aristocratici o borghesi. In questo si delineano le qualità dell’ideale democratico, in contrasto con quelli della aristocrazia del suo tempo.

Il 1759, sarà l’anno della grande crisi dell’ Enciclopedia. Dopo la pubblicazione del saggio: Sullo Spirito, di Helvétius, opera decisamente materialistica, il clero con il governo, ha voluto abbinare e dare la responsabilità del saggio di Helvétius, considerato sacrilego, al principale direttore dell’Enciclopedia Diderot, considerando anche l’Enciclopedia, un’opera blasfema, decretando la sua messa al rogo.

Anche il Papa Clemente XIII, metterà l’Enciclopedia, all’indice, esortando i fedeli che fossero in possesso dei volumi dell’Enciclopedia, di consegnare questi volumi ai vescovi locali, perché si occupassero di farli bruciare senza indugio.

Dopo questi fatti e anche per contrasti economici con gli editori, D’Alembert, il principale e prezioso collaboratore di Diderot, si ritirerà dalla direzione dell’Enciclopedia.

Diderot rimasto solo a condurre l’immensa opera, continuerà in clandestinità, lottando senza timori contro l’oscurantismo del potere.

Nel 1760, Diderot scrive: La Monaca, si tratta di una denuncia contro le comunità religiose dei conventi, dove dalla pretesa vita innaturale di “santità,” insita del ritiro dai mali dal mondo; produce invece un universo di perversioni sessuali e di crudeltà senza pari, proprie di chi è artefice e vittima del male.

Da ricordare che la sorella di Diderot Angélique, è morta pazza in convento.

Il convento, diventa anche un modo di seppellire vive quelle donne provenienti da nobili famiglie, le quali non desiderano intaccare i loro patrimoni con dispendiosi assegni dotali alle figlie, per trovare mariti dello stesso rango.

Oppure come nel caso della protagonista del romanzo Suzanne Simonin: per eliminare dalla società figlie nate da relazioni adulterine.

Nel 1761, Diderot incomincia a scrivere il romanzo satirico: Il nipote di Rameau. In questo romanzo il nipote del grande musicista, inventa stratagemmi geniali per poter essere il parassita apprezzato, che lusinga la vanità della classe dominante; Diderot vuole denunciare la decadenza della società del suo tempo, dove l’intelligenza e la creatività, vengono umiliate essendo al servizio della desolante convenienza personale.

Il romanzo sarà finito nel 1777, e l’opera verrà pubblicata in Francia solo nel 1823.

Dal 1765 al 1767, Diderot scrive: Saggi sulla pittura, che verrà pubblicato nella “ Correspondance Littéraire” dell’amico Grimm.
Diderot intende l’arte come un mezzo di evoluzione della società, dove la realtà viene  rappresentata tenendo presenti i valori universali dell’uomo, al suo  progresso per la conoscenza per mezzo della logica della Ragione, poetizzata e idealizzata dalla sublimazione della Natura e della Vita. 

Nel 1769, Diderot si impegna a sintetizzare la sua filosofia scrivendo: Il sogno di D’Alembert. Diderot per mezzo del sogno del suo amico, che si esprime in un chiaro materialismo razionale, desidera esprimere l’istintiva qualità della sua mente evoluta, che interpreta la Natura come un susseguirsi di processi vitali, che seguono regole chimico-fisiche, indipendenti da qualsiasi volontà soprannaturale.

Nel 1782,  Diderot termina il suo : Saggio sul regno di Claudio e Nerone, dove Diderot difende le infamanti critiche su Seneca, il quale ha preferito darsi la morte, che vivere la vita agiata della corruzione.

Nel 1783 muore il suo caro amico D’Alembert, nel febbraio del 1784, muore la sua amata Sophie Volland.

 Diderot che vedeva la vita come un meraviglioso sogno di felicità, per mezzo della Conoscenza, e che percepiva la morte come un lieto processo di Libertà, necessario all’Eternità della Natura.

Morirà senza accorgersi, come scrive la figlia Angélique: “Il Sabato 31 luglio 1784… si mise a tavola, mangiò una zuppa, del montone bollito e della cicoria; prese una albicocca che mia madre voleva impedirgli di mangiare << Che diavolo vuoi che mi faccia ?>>. La mangiò, appoggiò il gomito alla tavola per mangiare della marmellata di ciliegie, tossi leggermente. Mia madre gli domandò qualcosa e, siccome non rispondeva, gli sollevò la testa per guardarlo: era morto.